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Data: 09/12/2017

Giù le mani dai Consultori pubblici: la Regione ascolti parti sociali e associazioni

Giù le mani dai Consultori pubblici: la Regione ascolti parti sociali e associazioni
L’allarme di Cgil, Spi e organizzazioni femminili sulla legge di riforma in Abruzzo

Ciò che è inammissibile è "la riduzione delle risorse destinate ai consultori pubblici a vantaggio delle strutture private, il cui personale talvolta è mancante dei requisiti tecnici e legali della legge istitutiva dei consultori". Una opzione di cui pagherebbero il prezzo le donne più povere, che fra l'altro avrebbero servizi meno qualificati e una minore libertà di scelta. La Regione Abruzzo quindi, se vuole riformare la legge in materia, farebbe bene a togliere di mezzo una proposta che non funziona e aprire un tavolo di confronto.
E' quanto scrivono Cgil Abruzzo, Spi Abruzzo, Udi Pescara, Associazione Donne TerreMutate e Associazione Donatella Tellini dell'Aquila in riferimento al fatto che in consiglio regionale, nello specifico in quinta commissione consiliare (salute, sicurezza sociale, cultura, formazione, lavoro) è stata presentata una proposta di modifica alla legge regionale 21 del 26 aprile 1978, sulla "Istituzione del servizio per l'assistenza alla famiglia, all'infanzia, alla maternità e alla paternità responsabili". Una proposta di riforma che tocca argomenti delicati e che investono la vita delle persone e delle famiglie, redatta però senza alcun percorso di ascolto delle parti sociali e delle associazioni femminili e femministe abruzzesi.
Non solo. Detto che "è inammissibile la riduzione delle risorse destinate ai consultori pubblici a vantaggio delle strutture private, il cui personale talvolta è mancante dei requisiti tecnici e legali della legge istitutiva dei consultori", sindacato e associazioni ricordano gli altri problemi che incontrano queste strutture: "Il numero dei consultori pubblici è stato drasticamente ridotto negli ultimi anni - affermano - le prestazioni di base non sono più assicurate alle donne: di fatto assistiamo a una diminuzione della possibilità di usufruire di un servizio pubblico di qualità che colpisce le fasce più deboli della popolazione e limita l'autodeterminazione delle donne". Ce n'é quanto basta per chiedere "l'immediato ritiro della proposta di modifica e l'apertura immediata di un tavolo di confronto a livello regionale".


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