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Data: 01/03/2024
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CORRIERE DELLA SERA
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Regione Abruzzo, alla Roma-Pescara 720 milioni. Polemica e «gara» nel governo. La scelta rivendicata da Salvini, poco dopo da Palazzo Chigi: «Passo fondamentale per il celere avvio dei lavori sulla direttrice».

L’opposizione: mossa elettorale


La scelta rivendicata da Salvini, poco dopo da Palazzo Chigi: «Passo fondamentale per il celere avvio dei lavori sulla direttrice». L’opposizione: mossa elettorale

Regione Abruzzo, alla Roma-Pescara 720 milioni. Polemica e «gara» nel governo

La riunione del Cipess presieduta da Meloni

Una gara di velocità su rotaia, tra il Lazio e l’Abruzzo. Alla guida del primo treno c’è Giorgia Meloni e il macchinista del secondo convoglio è Matteo Salvini. Le due metaforiche locomotive sfrecciano parallele tra Roma e Pescara e apparentemente non si scontrano. Ma la sfida a colpi di finanziamenti e comunicati stampa produce scintille e le opposizioni si scagliano contro la premier e il suo vice, accusandoli di utilizzare gli organismi dello Stato per sottrarsi vicendevolmente voti. «Una marchetta elettorale», denuncia il Pd del Lazio e dà voce al sospetto che il raddoppio della Roma-Pescara sia stato bloccato ad arte dal governo per essere sbloccato alla vigilia delle urne: «Non c’è una data di inizio e fine lavori, è una presa in giro colossale per tirare la volata al fedelissimo di Meloni, Marsilio».

Al centro della polemica sulla ferrovia Roma-Pescara c’è il Cipess, il Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile. Per seguire questa nuova puntata della sfida perpetua tra la leader di Fdi e il segretario della Lega, destinata a continuare almeno fino alle elezioni europee, bisogna prendere nota degli orari. E chiedersi se sia stata «Giorgia» a sorpassare in corsa «Matteo», o viceversa. Alle 11.39 gli spin doctor di Salvini inviano una note esultante. Titolo in neretto maiuscolo: «Abruzzo, la Lega: Roma-Pescara garantita dal Mit di Salvini». Il capo del Carroccio e ministro dei Trasporti plaude alla delibera che assegna 720 milioni per la realizzazione del raddoppio della ferrovia e sottolinea che lo stanziamento è un «passo fondamentale per il celere avvio dei lavori sulla direttrice, così come auspicato dal Vicepremier e Ministro (doppia maiuscola, ndr) Matteo Salvini». Insomma, chi ha messo i soldi è lui.

Alle 12.06, ventisette minuti dopo che l’alleato-avversario ha posato il suo cappello sui binari della ferrovia, ecco che l’ufficio stampa di Palazzo Chigi invia ai giornalisti l’intervento della presidente del Consiglio «in occasione della riunione del Cipess». Si scopre così che Salvini si è mosso per «bruciare» sul tempo la leader della destra, che a sua volta aveva sorpassato in corsa il ministro dei Trasporti, convocando il Cipess mentre il suo vice era impegnato a Mantova per la riapertura del ponte San Benedetto Po. Alla riunione Giorgia Meloni concede un «grazie ai ministri Salvini e Fitto», si intesta il maxi-finanziamento come «tappa importante nell’azione del governo» e lancia la Roma-Pescara, «opera di rilevanza strategica» che contribuirà a «colmare quel divario infrastrutturale che esiste oggi tra il Tirreno e l’Adriatico». In soldoni, sulla regione Abruzzo che la premier a tutti i costi vuole continuare a guidare piovono i 720 milioni deliberati dal Cipess, cento in più rispetto alla quota stralciata dal Pnrr e rifinanziata col Fondo sviluppo e coesione. Risorse che si sommano ai 231 milioni a carico del Fondo opere indifferibili e agli altri 146 che, anticipa la premier, serviranno per settori strategici come «ricerca e sviluppo, innovazione, ambiente, prevenzione dei rischi, imprese, occupazione e istruzione».

Alla riunione del Cipess ha partecipato senza imbarazzo il presidente Marco Marsilio. Il «fratello» meloniano candidato alle elezioni del 10 marzo è assai grato per la «pioggia di milioni». Il centrosinistra invece, che si è compattato sulla candidatura unitaria di Luciano D’Amico, non lo è affatto. Giuseppe Conte giudica la promessa della Roma-Pescara «un errore e un segno di debolezza di Meloni». E l’ex governatore del Pd Luciano D’Alfonso fa i conti in tasca alla premier: «È squallido prendere con una mano e dare l’elemosina con l’altra, mancano 5 miliardi e 585 milioni per finire l’opera e 745 milioni per completare la restituzione dei fondi tagliati l’anno scorso».


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